A poche ore dall’inizio.

“A poche ore dall’inizio”. Dedico il mio terzo editoriale all’inizio della stagione, ormai imminente. Non potrebbe essere diversamente! Ma voglio cogliere il tempo dell’attesa sotto una prospettiva diversa. Le cose non si capiscono, nè si possono spiegare davvero, se si eludono le domande. Quelle vere.

Già da qualche giorno mi ero ripromesso di mettere mano a un pezzo che potesse introdurre degnamente la stagione che tra poche ore prenderà avvio. Ci sono, infatti, momenti che meritano forse più di altri di essere raccontati dalle parole giuste, di essere colti, fotografati da parole che siano dense di significato; parole capaci di cogliere il cuore del momento, di tratteggiare chiaramente l’attesa, l’aspettativa, il carico di emozioni che certi eventi portano con sè.

Forte della mia intenzione, mi sforzo a lungo durante la mia giornata nel pensare e ripensare a cosa potrei dire davvero. Le idee raccolte sono molte, ma mi sento ancora lontano dal trovare per loro un filo, un ordine definitivo. Penso e ripenso ancora. E intanto fa tempo a venire sera. Sono già passate da un po’ le sette. Sto tornando a casa in macchina. In lontananza vedo i fari del campo di Cavarzano che illuminano chiaramente il buio della sera. Decido di proseguire e di andare a seguire l’allenamento. Sono convinto che mi porterò a casa anche questa volta un’impressione: so che potrò cogliere da vicino lo stato delle cose, a poche ore dalla partita d’esordio; so che potrò vedere i ragazzi e magari scambiare due parole con qualcuno. Ma, ancora di più, so che potrò respirare anch’io quell’aria carica di attesa che tutti stanno già respirando da un po’. Quell’aria che vorrei rendere qui materia tangibile, attraverso le mie parole. Dico a me stesso che ciò che deve trasparire deve essere proprio la sensazione, la percezione del momento: lo stato d’animo. Offrire a tutti lo stesso mio respiro. Passeggio pensoso e vedo, come sempre, grande impegno negli esercizi. Tutti, silenziosi, corrono. Ora qualche azione, ora qualche esercizio atletico. Tutti, testa bassa, corrono. Si passa al gioco con la palla. Intuisco movimenti e, ancora una volta, colgo grande dedizione nel volersi migliorare. Il tempo passa. Io osservo già da un po’ e i dati, le impressioni, non mi mancano. Solo vorrei offrire uno spaccato reale, vero, vivo di quanto vedo. La prospettiva, seppur ben chiara, manca di una domanda di fondo: una domanda che riorganizzi pensieri e sensazioni. Passeggio ancora a bordo campo e guardo silenzioso. Aspettando e pensando capita a volte che l’idea giusta ti possa passare all’improvviso tra le mani in modo del tutto casuale, inatteso, insperato. Così a me… e la prendo al volo! E mi convinco, ancora una volta di più, che non c’è modo migliore di farsi ispirare se non guardando le persone. Ascoltandole.

I ragazzi stanno provando dei movimenti, schierati in campo. Un paio di passaggi ravvicinati, poi la palla viene lanciata a un giocatore largo sulla destra che controlla e si inserisce sulla trequarti. Qualche consiglio del mister, poi si riprova di nuovo. Tutto deve essere perfetto. Il gioco a un certo punto si ferma: il mister vuol dire qualcosa, forse dare qualche altra indicazione. Vedo la scena dalla fascia laterale. Lui allunga la mano a indicare qualcuno. Lo chiama per nome e gli indica in cosa dovrebbe correggere il suo movimento. Forse è proprio la prospettiva da cui vedo la scena che mi illumina: ecco la chiave di lettura che cercavo! Quel dito allungato a indicare, a chiamare, nella luce dei fari che tagliano l’ombra e proiettano le figure a terra. In un attimo faccio un salto indietro nel tempo, ritorno alla mia mattina passata a scuola. Mi viene in mente da quel semplice gesto la “Vocazione di San Matteo” dipinta da Caravaggio. Ne avevo parlato con un mio studente, mentre era intento a sfogliare il suo libro di storia dell’arte. E quel dialogo mi aveva colpito moltissimo. Gli avevo chiesto se sapesse dirmi il senso dell’opera. Con brillante latino, la sua risposta mi spiazza: “Sicut vocati estis in una spe vocationis vestrae” (una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione). Questa citazione – bellissima propone un parallelo interessante, perché l’artista coglie effettivamente proprio il momento della chiamata di San Matteo: il momento esatto in cui la sua vita cambia radicalmente. Il momento in cui per lui si apre una nuova prospettiva. E’ il senso, vero, che da quel momento riempie di nuova luce la sua esistenza.

Ecco il punto: la vocazione. Cioè, letteralmente: la chiamata. Ancora, il senso. Il senso che alle cose possiamo dare: il senso che alla vita possiamo dare; il senso, il colore, che alle relazioni possiamo offrire. Purtroppo, sbagliando, releghiamo il termine vocazione solo alla religione. Ma nulla esiste, in realtà, fuori da questo contesto: nessuna esistenza. Nessuno di noi può dirsi estraneo a una vocazione. Alla propria vocazione. Cioè nessuno è, senza che ci sia una domanda a cui, giorno dopo giorno, sia chiamato a dare una risposta. Nella quotidianità della vita. Della propria vita. La vocazione, la chiamata, la risposta concreta è questione che inevitabilmente interroga, avvolge, ciascuno di noi. La “chiamata a dare corso alla propria chiamata”: l’impegno a rendere visibile il senso presente dentro di sé.

Ecco quindi la vera questione! Perché possiamo dilungarci nel parlare di tante cose. Ma la domanda vera, la più significativa, è: quale senso, quale vocazione? E la pongo allora anche qui: quale vocazione per questa realtà? Perché realizziamo oggi che l’orizzonte – quello del campionato-, che solo poco più di un mese fa era lì fisso, ancora lontano, percepibile solo come una prospettiva futura, come un progetto, un obiettivo, si fa oggi realtà concreta; come un gigante che si avvicina a grandi passi, veloce: realtà che si fa sempre più prossima, ad ogni ora, a ogni minuto che passa. Ci accorgiamo che manca ormai poco. Che quasi ci siamo. E quando accade che una prospettiva comincia a prendere forma concreta, quando un obiettivo diventa oggetto, diventa qualcosa che si può riuscire finalmente ad afferrare e a stringere tra le mani, allora tutto quel carico di aspettativa, di emozione, di speranza, di voglia di riuscire che si portava dentro, si fa sentire ancora più forte; talmente forte che può generare a volte, certamente, un po’ di preoccupazione o di paura; ma se quel sentimento è vero, se è stato sperato intensamente, tanto da averlo inseguito a lungo con impegno e passione, allora può anche spingere a crederci, ancora più di prima. Può spingere a spendersi ancor più di prima per raggiungerlo. Sentirlo vicino può aiutare a spiccare quel volo che da tempo si desiderava compiere. Quel volo che si è provato e riprovato cento volte a spiccare e al quale ora ci si può finalmente abbandonare. Rispondendo, insomma, proprio a quella vocazione alla quale si è chiamati.

Dopo più di un mese da quando ho iniziato a raccontare di partite, allenamenti, amichevoli e raduni arrivo oggi alla domanda vera. Alla domanda che pongo come vero incipit di questa stagione che inizia. A quale vocazione l’Unione deve sperare di dare corso? E’ una domanda, infondo, sulla natura stessa di questa realtà. Cosa porta dentro di sé? Quale senso deve portare alla luce? E’ chiamata, credo, alla vocazione di stupire. Di divertire. Di regalare emozioni. Nella lucida consapevolezza che ci saranno giorni di festa e di gioia ma anche giorni in cui raccogliersi e stringersi insieme per affrontare i momenti più difficili. E’ chiamata alla vocazione di essere squadra: vocazione a coltivare la stima reciproca e a fare del sostegno reciproco il tratto fondante dello stare insieme. Del volersi migliorare, ma facendolo insieme. Del dare agli altri il meglio di sé e di cogliere dagli altri tutto il meglio che possono offrire. Di farlo oggi nella dimensione di squadra: realtà che sta muovendo ancora i primi passi, seppur veloci; domani nella dimensione sempre più ricca e profonda di una famiglia. E’ chiamata alla vocazione di non mancare mai nella dedizione al lavoro, nella serietà dell’impegno: quella vocazione alla professionalità, che già si è colta in questi mesi. Professionalità come prima traduzione di passione. Perché solo chi ama davvero quello che fa, solo chi ha una passione davvero profonda per quello che fa, riesce a offrire sempre il meglio. E tutto l’impegno che anche personalmente ho potuto testimoniare dalla mia umile prospettiva di osservatore credo davvero sia un punto di forza di questa Unione.

Ma soprattutto, è chiamata alla vocazione di non porsi limiti. E’ la vocazione più bella: la vocazione a provarci sempre con tutto l’entusiasmo possibile e con tutta la tenacia di cui si è capaci. E’ la vocazione a puntare in alto. Perché – rubo a Macchiavelli la chiosa – l’uomo deve fare come l’arciere, che per scagliare lontano la sua freccia non deve mirare al bersaglio, ma deve rivolgere l’arco verso il cielo; e ciò non tanto per la bellezza del volo che la freccia potrà descrivere, ma perché essa possa, così, proprio puntando in alto, riuscire davvero a vincere tutte quelle le resistenze che la farebbero ricadere a terra prima di essere giunta là dove doveva arrivare. Ecco la vera vocazione: puntare in alto, senza limiti. Con l’umiltà e la consapevolezza di chi sa che la strada è lunga, difficile, piena di insidie. Ma con la saggezza di chi sa che puntare in alto è il modo migliore – se non forse l’unico – per esprimere appieno il proprio potenziale. Puntare in alto senza la paura del confronto con gli altri, ma muovendo cautamente i propri passi. La vocazione di provarci, senza la paura di non essere all’altezza. La vocazione di provarci, sempre; fiduciosi nei propri mezzi, nel proprio valore. Convinti di voler dire la propria. Ambiziosi, ma nell’umiltà: sguardo in alto, piedi per terra. Questa la vocazione che credo descriva davvero l’Unione. E alle soglie dell’esordio, non posso non lasciare questo augurio: di coltivare e vivere appieno questa vocazione. Di viverla con entusiasmo. Sfidando continuamente se stessi in questo avvincente cammino. Fino alla fine.  (stra)