Un taglio che apre all’infinito

Chi riceve un regalo non può non condividerlo! Con questo editoriale di fine ottobre voglio fare mio questo proposito: condividere la prospettiva che mi ha regalato la mostra “Cambiare” di Illegio; un titolo evocativo per un’esposizione costruita sul filo di opere capaci di suggerire una lettura illuminante sul senso del rinnovamento, spinta vitale che portiamo in noi come condizione necessaria per affrontare il “sentiero della vita”. Con lo sguardo fisso negli occhi della Bellezza, il desiderio del cambiamento ci spalanca a una dimensione nuova. Ci conforma alla misura dell’Infinito, dimensione inesplorata del nostro essere. Nel taglio di Lucio Fontana, il paradigma del superamento di noi stessi.

Uno squarcio, lievemente inflesso. Dall’alto al basso: una cicatrice dolente sulla tela. Un foro, un taglio profondo che ne trafigge l’anima. Un’incisione decisa, ferita aperta e sanguinante che chiama, chiede di avvicinarsi, sussurra di guardare oltre; offre la prospettiva per dipanare l’incertezza, per scorgere se davvero qualcosa esista al di là del visibile. E quanto è forte questa domanda, quanto è profondo il desiderio che porta a chiedersi cosa giaccia lì, dietro quella superficie! Non un semplice taglio: una vera via d’accesso alla Bellezza. Non una stretta fessura: un autentico sentiero spalancato sulla grandezza dell’Infinito.

Meraviglia autentica. Stupore vero, che freme nel cuore. È la meraviglia che nasce dall’intuire il profilo dell’Infinito. È la meraviglia che sovrappone i suoi contorni alla meraviglia stessa dell’Eterno. Un orizzonte senza confini, celato dietro la ruvida superficie del nostro finito. Bellezza, senza fine, che sussurra di nascosto al nostro cuore trepidante. In una ferita, la meraviglia che atterrisce: sentirsi frammento di un Infinito che ti viene ad abbracciare. Meraviglia paradossale, racchiusa tutta nel violento segno slabbrato di uno squarcio: cicatrice aperta, tensione viva che ci abita nell’intimo, che ci sbilancia verso un equilibrio nuovo in cui possano trovare soluzione l’inquietudine e l’incertezza che offuscano la nostra vita. Equilibrio, saldamente sospeso attorno al desiderio di trascendere finalmente l’inconsistenza delle cose.

Un taglio che ci dichiara inesorabilmente superati nella nostra umana misura, allargati nella nostra piccolezza, arricchiti nella nostra miseria. Un taglio che allunga la nostra ombra, proiettandola in un’altra dimensione, che ci rivela la voce di un’eco che risuona dallo spazio della nostra profondità. Una ferita che ci spinge a cambiare prospettiva: fare nostra la certezza che la dimensione infinitesima in cui sembra relegato il nostro essere si può allargare in realtà oltre ogni limite, se ci si spinge a superare quella stretta fessura che sta lì, incisa nella carne della nostra stessa esistenza. Perché c’è uno spazio nuovo, più ampio, più profondo, più luminoso a disposizione: una nuova dimensione, che trascende le regole della geometria umana. È una dimensione senza dimensione: quella dell’Infinito. Una vera e propria quarta coordinata del nostro essere, che paradossalmente non ammette confini. È lo spazio-tempo dell’anima viva, chiamata a innalzarsi da terra, modellandosi a ricalcare il contorno della vera Bellezza; ad assumere la forma di quell’Infinito che rivela la sua presenza proprio nella chiamata, declinata in quel taglio che sulla tela apre i suoi bordi dal retro in avanti: venendo dal cuore stesso del mistero verso di noi; giungendo dall’Infinito celato, che si spinge fino a penetrare nella nostra vita.

È così che, nel guardare da fuori la tela, si è chiamati in realtà a guardare da dentro se stessi. Quel metro quadrato di superficie è l’allegoria concreta della nostra dimensione, la misura fisica del nostro essere. È una membrana rigida che ci racchiude. Così, spesso, è la nostra stessa vita: una superficie irrigidita, che quasi ci separa e ci limita da ogni cosa, ci confina, ci isola. A volte letteralmente ci rinchiude in noi stessi. Ci cementifica in una incapacità assoluta di andare oltre la superficie. Spesso è una membrana di pura indifferenza, che non ci apre né agli altri né a noi stessi: ci consegna al massimo solo uno spazio esiguo, dove poter dipingere la nostra banalità. Ma per chi respira la Meraviglia, per chi la cerca e ne è attratto, quella tela, la tela della vita, è una membrana che chiede ogni giorno di essere ferita, aperta, squarciata. Con un taglio deciso e netto. La vita deve essere squarciata, con quello stesso taglio che attraversa da parte a parte l’opera: il taglio profondo che apre alla vera misura del nostro essere interiore; alla misura della nostra vera vocazione: la misura dell’incommensurabile, dell’immensamente grande che ci portiamo dentro, da qualche parte nascosto. È un taglio che, quando inciso, potrà lasciar passare finalmente una luce nuova, lasciare campo a un respiro tutto nuovo, sussurro che giunge al nostro orecchio direttamente dal cuore dell’Assoluto.

La ricerca della Meraviglia è tagliare la tela della vita per spingersi a guardare oltre; è la ferita, dolorosa, che ci apre a ciò che è nuovo e inaspettato: la ferita rende una necessità ineludibile respirare il respiro della Meraviglia. Non un taglio di morte, quanto un taglio di vita: quella tela non è un corpo straziato, non è uccisa da un solco. È invece solcata da un invito pulsante a superare se stessi, a cercare per sé qualcosa che vada oltre. Quasi a far riemergere dall’ombra se stessi, entrando a esplorare il retro della propria esistenza, il sotto della superficie, così imperfetta, che presentiamo alla luce del giorno. Il taglio è invito a prendere il cammino sul sentiero di una vita che si apra a sé e agli altri. Una vita che sappia ferirsi nel suo percorso; che lasci filtrare tra le cicatrici il vento dell’eternità. Il taglio chiede di consegnarsi all’abbraccio della Bellezza: lasciandosi attrarre, lasciandosi guidare, lasciandosi cullare. Pregandola ogni giorno perché non ci nasconda il suo volto. Sperarla, cercarla. Scorgerla ovunque; leggerla nelle cose e nel cuore di chi abbiamo vicino. Chiederle dove mettere i nostri passi per andarle incontro nel sentiero della nostra vita.

È così che nello spazio di un semplice taglio troviamo suggerita la vera coordinata della nostra esistenza: il sentiero dell’Infinito, il cuore della Bellezza, via che ci moltiplica oltre ogni misura. Questo il cambiamento: forare la propria vita, per abbandonarsi al senso della Meraviglia; sotterrando la banalità e l’indifferenza che tentano, ad ogni nostro passo, di ricucire quel dolce solco d’eternità, di serrare quel profondo taglio di vita. Quel taglio di vita vera.  (stra)

*Nella foto sopra, la tela di Lucio Fontana esposta nell’ultima sala della mostra; l’immagine è tratta da un post presente sulla pagina Facebook degli organizzatori.